APRIL 09, 2020

MOAB

STREET ART

Stole Stojmenov in arte Moab, l’art director e graphic designer 23enne che ha curato le cover degli album di artisti come i Migos, Salmo e Tha Supreme ed oggi collabora con Apple e Nike.

Ciao Stole, innanzitutto come stai, dove ti trovi e come stai vivendo la quarantena?

Io vivo a Milano, con mio fratello e diciamo che, lavorando come freelance, mi trovo in una situazione di quarantena prolungata; sono quindi piuttosto abituato a gestire il lavoro ed il tempo da casa.
Non esco praticamente mai, faccio la spesa su Amazon e riconosco quanto sia importante rispettare le norme che ci sono state imposte. Sto facendo tutto quello che non ho mai il tempo di fare, preso dalla velocità della nostra solita quotidianità, delle consegne ed i tempi frenetici. I primi giorni li ho passati a pulire ogni angolo della casa e poi ho iniziato a leggere, a guardare film e serie, ad ascoltare musica…insomma, oltre al lavoro ho avuto modo di impegnare le 24 ore in casa, anche senza poter uscire.
Ho letto un po’ di titoli che avevo in archivio da tempo: una su tutti, la biografia di Phil Knight fondatore di Nike, che è in pratica la storia del brand dal 1965 ad oggi; io sono grande fan e non potevo prescinderne.
Mi sono innamorato di una serie che mi pento di aver visto solo adesso: True Detective. La prima stagione è totale! E poi adesso, su Disney+ ci sono tutte le stagioni dei Simpson quindi farò in modo di tenermi impegnato…

Stai lavorando su qualche progetto in smart working o è un momento di stallo anche per te?

Sto continuando a lavorare parecchio; diciamo che i ritmi, almeno per quel che concerne l’Italia, non si sono arrestati. I progetti che avevo in cantiere fortunatamente stanno proseguendo. Negli stati uniti è, invece, tutto un po’ più fermo; ovviamente lì sono un po’ più in ritardo rispetto a noi e la condizione sanitaria è molto complessa, quindi temo che sarà difficile ripartire a breve lì.

In questo periodo il nostro settore (musica e il mercato discografico, lo spettacolo, gli eventi e la moda) sono tra quelli più colpiti e che forse più tarderanno a “riprendersi”. Come immagini un futuro prossimo ed una eventuale riorganizzazione del lavoro?

Ovviamente non sarà facile ma forse quando tutti  potremo nuovamente uscire ci sarà nuova energia, nuova linfa. Oggi non sono quasi più abituato alle immagini dei concerti, e vedere la gente in massa sotto un palco sembra quasi strano, ma sono fiducioso per il fatto che riprenderemo presto e con una rinnovata energia. D’altra parte, fortunatamente, la musica non si sta fermando; in questi giorni sono usciti album che aspettavo moltissimo, da Lil’Uzi Vert a Childish Gambino… e consideriamo che far uscire un disco oggi, vista la situazione attuale, è un gran bell’investimento. Lo considero quasi un regalo ai fan.

“La creatività non si ferma” è stato, prima il claim di grandi stilisti per annunciare un qualche segno di “resistenza” rispetto alla situazione attuale, poi un hashtag lanciato online per promuovere iniziative di “quarantena creativa”. Tu cosa ne pensi? Che ruolo credi possa avere la creatività nel superamento di questa crisi e, viceversa?

Credo che la creatività sia un’ottima risposta a tutto questo; è una risorsa unica che può e andrà avanti, nonostante tutto e in qualunque sua forma. La creatività è anche il mio vicino di casa che si mette sul balcone a dipingere… Parlando di moda, invece, credo che la iper digitalizzazione verso la quale ci stiamo muovendo stia forse andando un po’ troppo veloce. Pensavo che avrei visto certe cose tra 10 o 20 anni : fashion week digitali, brand negli States che stanno creando collezioni su veri e propri avatar: non so se siamo ancora pronti a demandare tutto al digitale.

Quando tutti di nuovo potremo uscire ci sarà nuova energia, nuova linfa. Sono fiducioso che riprenderemo presto e con una rinnovata forza.

Qualche accenno ai recenti lavori per i colossi Apple e Nike ed in quale misura queste esperienze hanno segnato un cambiamento rispetto al lavoro con gli artisti.

Il 2019 è stato un anno strano, diverso, in cui, non per intenzione specifica, mi sono ‘allontanato’ dalla musica in senso stretto (anche perché i progetti a me più vicini, quelli della mia crew erano in “pausa”), ed ho sperimentato nuove strade. Ho avuto, così modo di lavorare con Apple e la Recording Academy, l’agenzia dei Grammys, entrambe, comunque in qualche modo attinenti al mondo musicale, e con Nike. L’esperienza con Apple mi ha concesso l’opportunità di essere parte di un progetto globale in cui vari artisti sono stati chiamati per realizzare le cover delle playlist relative ai diversi generi musicali disponibili sul loro catalogo. In modo intelligente Apple ha scelto, di interpellare artisti che lavorano con la musica e specializzati nella realizzazione delle cover di dischi, invece che grafici di altro tipo. Ognuno di noi ha lavorato su di un genere specifico; ad esempio per il metal c’era il grafico padre del lettering degli ACDC. Come ho detto non avevo intenzione di allontanarmi dalla musica, ma di spaziare e fare esperienze diverse per tornarvi con stimoli nuovi.
Nel 2020, compreso il mese di pandemia, ho, ad esempio, realizzato già 5 cover di album.

Mi piace pensare al tuo ruolo, quando si tratta della creazione di una cover per un album, come ad un percorso interdisciplinare, in cui non parliamo di un grafico al servizio di un musicista ma di due artisti che collaborano su di un progetto e da questa intersezione nasce un prodotto artistico.
Quanto è così e come nasce lavoro sulla cover di un album? Da cosa si parte? Capita più spesso che artista abbia un’idea in mente o che sia il disco stesso a suggerirne una al grafico, oppure che si tratti di una vera e propria collaborazione tra ispirazioni fatta di brainstorming condivisi?

Si parte sempre dal disco e dall’idea dell’artista che, nella sua testa, ha già in mente il messaggio che io devo tradurre in cover. Ovviamente ci sono modalità diverse di lavoro: da quelle più “serie” ed impostate, a quelle più amichevoli, in cui ci si scambia idee in modo più informale. Principalmente dipende dall’artista e da come stai lavorando: ci sono alcuni progetti che porto avanti da solo, come grafico e mi interfaccia solo con l’artista e, ovviamente il suo staff (più o meno allargato), ma altre volte lavoro come Art Director di un progetto e lì si tratta di coordinare un team, di far coincidere i gusti e le idee di scenografo, stylist, fotografo etc…ed, ovviamente, tutto si fa più complesso.

Queste differenze di approccio hanno a che fare con la provenienza dell’artista? Quanto è diverso l’approccio tra gli Stati Uniti e l’Italia?

Non ci sono differenze di impostazione così visibili rispetto agli USA. Se si pensasse che lì, dal momento che l’industria muove milioni di dollari, siano impeccabili e super organizzati si sbaglierebbe; ho trovato circostanze di ogni tipo anche negli States, come contesti molto impostati qui in Italia.

Come è stato la tua prima volta negli Stati Uniti?

È stato nel Gennaio del 2018, era la mia prima volta a New York ed è capitata in occasione dei Grammys! Una settimana pazzesca, in cui a NYC ci sono davvero tutti e può capitare di ritrovarsi al supermercato in coda insieme ad Al Pacino. È stata una situazione incredibile; essere a NYC, catapultato nello scenario tipico della maggior parte dei film americani e farlo non da turista, ma da “addetto ai lavori”, avendo un ruolo, senza, per dire, neanche vedere la Statua della Libertà da lontano.

Parliamo di originalità: in un momento in cui la ricerca della viralità la fa da padrona, in cui tutto sembra già stato fatto e le references sono infinite e di difficile attribuzione, come si difende la propria originalità creativa? Quanto è sottile la linea che separa la reference dal plagio?

Io credo poco nella ricerca del virale a tutti i costi. Credo che sia un processo che non si può controllare né prevedere. Credo invece nella genuinità del processo creativo, e anzi, che se una cosa viene fatta apposta per essere virale, probabilmente non funzionerà perchè sarà riconosciuta come non autentica. Per quel che concerne il discorso sull’originalità, anche qui, credo che la cosa più importante risieda nel processo creativo. Sì, le references sono infinite, è stato già fatto tutto o quasi e la linea tra l’ispirazione ed il plagio è sottile, ma la differenza la fa la consapevolezza ed il processo con il quale si affronta un lavoro; se si lavora con coscienza, consapevolezza ed un percorso pensato ed autentico, è impossibile che si incappi nel plagio.

A te capita mai di essere vittima di plagio?

Mah, si, può capitare ed è anche piuttosto normale. Tutti i giovanissimi artisti o aspiranti tali hanno iniziato imitando le opere dei loro beniamini; un po’ come i giovani rapper scrivono barre imitando quelle dei loro artisti preferiti. È sempre successo, la sola differenza è che adesso tutto viene postato ed è immediatamente visibile da chiunque. Credo che crescendo, si faccia poi quello step che porta a sviluppare una personalità propria. Ti dirò, attualmente io mi sento anche lusingato quando mi succede.

Qualche consiglio per i giovani aspiranti designer?

Oddio…mi sento un po’ giovane per fare la parte del ‘santone’ che dà insegnamenti. Una cosa che posso dire sicuramente è che bisogna studiare, sempre ed il più possibile. Io ho fatto il liceo scientifico e al 4° anno mi sono reso conto che nella vita volevo fare qualcos’altro. Dopo il diploma mi sono trasferito a Milano per frequentare una scuola di Design e da lì mi è sempre stato chiaro che avrei voluto fare questo:  applicare il lavoro del grafico, all’industria musicale le cui dinamiche mi affascinavano da sempre ed impiegare la mia arte nella musica, a prescindere dal genere. Ho lavorato con artisti rock, metal ma anche con etichette di musica elettronica, anche se questo ( rap/trap ) è il genere a me più vicino.

Tornando al Covid-19, cosa pensi che tutto questo possa lasciarci a livello di “umanità”?

Tendo ad essere sempre una persona un po’ pessimista e forse una delle paure che ho è che si esca da questa situazione senza che nulla sia cambiato…dimenticandoci di tutto come facciamo solitamente delle grandi catastrofi che intercettano la nostra attenzione per un tempo limitatissimo. Forse, però, in questo caso la soglia di attenzione è allungata. Stiamo a casa da molto più tempo rispetto all’aspettativa solita di vita di una notizia, per quanto devastante essa sia, e questo, forse, superato il panico iniziale, le reazioni a caldo ed i meme, farà sì che non potremo distrarci con qualcos’altro perché continueremo ad essere chiusi in casa. Forse allora inizieremo a riflettere a sviluppare un pensiero ed a fare tesoro di quello che sta succedendo. Mi auguro che in questa circostanza riusciremo ad imparare ad apprezzare le piccole cose che ci sono state tolte, quelle piccole e semplici: il tempo che si può dedicare ad un libro che prima non si aveva il tempo materiale di leggere, o, anche, al “lusso” di stare in cinque amici in una stanza.

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