MAY 06, 2020

RED

STREET ART

Rediet Longo in arte RED, giovane artista etiope che ha fatto della multidisciplinarietà un tratto distintivo, ed astro nascente del fashion system reduce dalle collaborazioni con Neil Barrett, Heron Preston, Moncler, Palm Angels e Tommy Hilfiger.

Ciao Red, innanzitutto come stai? Nel corso dei nostri contatti telefonici mi hai accennato all’impegno professionale dei tuoi genitori nell’affrontare questa emergenza; ci vuoi raccontare di più?

Ciao a voi! Io sto bene. I miei genitori sono medici, mio padre è chirurgo e mia madre medico di base ed entrambi sono impegnati nell’emergenza. Ovviamente la cosa in principio mi ha un po’ spaventato, vista la situazione sanitaria imprevedibile, ma tutto sta andando bene e non potrei essere più fiero di quello che fanno per la comunità.

Dove ti trovi e come stai vivendo la quarantena ?

Devo ammettere che io attualmente sto piuttosto bene. Sto vivendo questa quarantena come un momento di stop, un passo indietro dalla frenesia di questa Milano che corre sempre più veloce. Sai, spesso si viene travolti da questa corsa e, nel turbinio del fare e fare si finisce per non prestare attenzione a cosa si vuole. Mi sono chiesto : perché non cogliere l’occasione per stare un po’ con me stesso, senza lasciarsi distrarre dal resto? Mi sto concentrando, anche artisticamente, su me stesso, sulle mie idee applicate alle mie cose; mi sono staccato dai social, ho smesso di bere e di fumare e mi sono reso conto che la vita che vivevo mi distraeva dai miei obiettivi.

Stai lavorando su qualche progetto in smart working o è un momento di stallo anche per te?

Ho appunto voluto mettere tutto in stand by per conoscere meglio il 23enne che è in me. Ovviamente non sto prendendo tutto questo come una vacanza, ma come un periodo in cui pormi delle domande. Tre settimane prima della quarantena in un momento in cui ero preso dai mille progetti e lavori in corso, mi è successo di desiderare nella mia testa che il tempo si fermasse; ecco, è successo e non ho potuto non prenderlo come un segno, come un momento da sfruttare al massimo, dal punto di vista personale, per uscirne come una persona migliore.

Tu sei una figura incredibilmente poliedrica e multitasking; come definiresti il tuo profilo professionale ed artistico? 

Mi piace questa definizione. Io ho tantissimi interessi e passioni : dai graffiti alle tele, dalla musica alla scultura ed al fashion, ma il voler fare più cose non mi distoglie dai miei obiettivi.

In questo momento sto creando un collettivo con altri ragazzi che abbiano voglia di esprimersi in modi differenti e l’obiettivo è quello di unire le forze per fare arte a 360°, senza limiti, con collaborazioni e performance multidisciplinari.

Mi sono chiesto : perché non cogliere l’occasione per stare un po’ con me stesso, senza lasciarsi distrarre dal resto?

In due parole ci racconteresti il percorso che ti ha portato a fare quello che fai oggi? Hai un passato (o un presente) da writer, con tutto ciò che questo comporta (treni, cappucci e fughe) ?

Il mio percorso è ufficialmente iniziato dai graffiti, fin dalle medie; se volete vi racconto esattamente come.
Ero un ragazzino, ero stato adottato da poco, giocavo a calcio ed avevo una collezione completa di figurine dei Pokemon che molti mi invidiavano. Un pomeriggio uno dei miei compagni mi invitò a casa sua per giocare alla Play (io non ce l’avevo) e mette su Getting Up, un gioco in cui il protagonista si crea un’identità alternativa ed usa i graffiti per comunicare alla città che il sindaco è corrotto: mi si sono illuminati gli occhi! 
Sono letteralmente impazzito per il gioco ed ho deciso di dare al mio amico tutta la mia collezione di figurine per poterlo avere in cambio.
Ovviamente, non avendo la Play, non potevo giocarci, ma ho passato giornate intere a leggere la trama sul retro della custodia finché non ho deciso di entrare in un negozio di spray…da quel giorno ho iniziato a graffitare e non ho mai smesso.
Durante l’adolescenza dipingevo ovunque per dimostrare ai ragazzi più grandi di me che ero >cool. Mi è anche capitato di essere pizzicato dalla polizia, quando nel 2015 hanno intensificato le squadre ‘anti-graffiti’ per via dell’Expo con l’intenzione di ripulire le strade. Per questo lo scorso Febbraio sono dovuto comparire davanti al giudice il quale mi ha assolto congratulandosi con me per essere riuscito a fare dei graffiti un lavoro a tutti gli effetti.>

Noi ci siamo conosciuti la prima volta al Pitti nel 2016, dove presiedevi lo stand del brand BAD DEAL insieme a Zoow24. Da allora il tuo percorso è stato lungo e diversificato e, passando anche per Heron Preston, all’inizio del 2020, la tua collaborazione con Neil Barrett ha calcato le passerelle della MFW. Qual è il tuo rapporto con il mondo del fashion? Come nasce e si sviluppa una collaborazione tra la tua figura artistica ed il direttore creativo di un brand? Ed in quale modo la tua modalità espressiva, tanto legata al messaggio che trasmette, si adatta a quelle della produzione di una collezione moda?

Nel giro dei graffiti ho conosciuto Zoow24 che è praticamente il mio migliore amico e lui mi ha introdotto al mondo della moda; con il brand Bad Deal ho fatto i primi shooting, visto i primi eventi, le prime fiere e sono entrato in contatto con diverse persone, e grazie a queste sono nate le prime collaborazioni. Ai tempi frequentavo l’Accademia di Brera, ma ben presto mi sono accorto che non faceva per me ed ho deciso di dedicarmi al fashion. 
Oggi quando i brand mi contattano per una collaborazione è per avere il mio apporto artistico, la mia mano creativa applicata alla loro identità di brand ed il tutto si sviluppa in modalità sempre diverse. Quella con Neil Barrett è stata una delle esperienze più interessanti: ho trascorso un paio di mesi nel suo studio in cui mi è stato allestito un vero e proprio ufficio/atelier dove ho imparato tantissime cose, da realizzare i cartamodelli a fare i moodboard. Anche il percorso con Tommy Hilfiger mi ha dato molto: l’azienda mi ha portato nei loro stabilimenti ad Amsterdam dove ho avuto modo di vedere come venivano realizzati i capi ed i vari processi di lavorazione del denim.

Nei tuoi lavori, a partire dal tuo messaggio “manifesto” (possiamo chiamarlo così?) “Depressed Kids are better at art” si evoca spesso una generazione di ‘kids’ che rivendicano un modo di essere non convenzionale e che trovano nell’arte una modalità di espressione : è una sorta di definizione autobiografica? A chi ti riferisci?

Ho scritto quella frase una sera in cui tornavo a casa dopo il turno di lavoro al Jamaica Bar di via Brera, un caffè letterario piuttosto storico ancora adesso frequentato dai giovani artisti e galleristi. Ero stanco e un po’ arrabbiato e, passando davanti ad un cantiere, ho scritto di getto con lo spray rosso “Depressed Kids are better at arts” su di un pannello in legno. In quel momento quella frase rappresentava il mio pensiero, la mia intuizione di essere destinato a qualcosa di più grande, forse proprio perché nella vita, fino ad allora, avevo sofferto molto: chi ha sofferto molto ha più cose da raccontare. 
Il giorno dopo Chiara Ferragni, che alloggiava all’Hotel Parigi, è passata davanti a quello stesso cantiere, ha visto la scritta, l’ha fotografata e postata taggandomi. 
Inutile dire che quando mi sono svegliato il mio profilo Instagram era letteralmente imballato dai follow di persone della moda che non avevo neanche mai sentito nominare.
Il giorno dopo quella scritta me la sono tatuata.

Hai da poco lanciato un tuo brand (Colored): come è nato e qual è l’origine di questo nome? Ci spieghi anche il concetto del tuo nome su Instagram “The New Older”?

Anche il brand è nato quando lavoravo come cameriere al Jamaica Bar: avevo iniziato a fare le prime collaborazioni ed a bazzicare nel mondo della moda, ero sempre sporco di colore, con i pantaloni disegnati e lasciavo la mia tag ovunque, anche sulle giacche dei clienti, se me lo chiedevano. Una sera un cliente abituale con cui ero entrato in confidenza mi prese da parte e mi disse “Uno di questi giorni qualcuno ti ruberà il logo”: mi propose di registrarlo ed io accettai. Non avevo ancora il nome e scelsi Colored come negazione del bianco in contrapposizione del nero, un nome in cui anche Red si annulla come parte di esso, un concetto a cui tutti apparteniamo e che c’è a prescindere, come la natura.
Il nickname The New Older è arrivato un po’ prima, ai tempi dell’Accademia grazie alla suggestione di un professore che ci parlava del manierismo, la corrente artistica che prevede l’imitazione fino all’esasperazione di modelli passati: ormai l’arte era già stata fatta, il resto è solo una maniera, una sua copia o uno stravolgimento. Da lì l’idea di prendere dal vecchio per farne qualcosa di nuovo nell’arte come nella vita.

“La creatività non si ferma” è stato, prima il claim di grandi stilisti per annunciare un qualche segno di “resistenza” rispetto alla situazione attuale, poi un hashtag lanciato online per promuovere iniziative di “quarantena creativa”. Tu cosa ne pensi? Che ruolo credi possa avere la creatività nel superamento di questa crisi e, viceversa?

In effetti in questo periodo sto praticamente solo vedendo gente che dipinge: di colpo sono tutti diventati chef e pittori. Questo la dice lunga sulla natura umana che, quando è messa alle strette, cerca di sfogarsi in modo creativo! Non è tuttavia necessario essere pittori o scultori affermati, perché, come esseri umani, l’arte in ogni sua forma è la cosa che soddisfa di più la nostra necessità di espressione: ci consente di fuggire, di andare altrove anche solo per un attimo e ci aiuta a superare le circostanze difficili. Credo che questo ci contraddistingua come specie ed è una cosa bellissima.

Quale credi che possa essere l’eredità che questa pandemia ci lascerà, a livello di umanità una volta che tutto questo sarà finito? Di cosa pensi che saremo capaci di fare tesoro?

Questa è una situazione mai vissuta e credo possa rappresentare una grande lezione per la mia generazione che non vede l’ora di tornare alla normalità. Ma cos’è la normalità? Dovremmo soffermarci su questa domanda. La mia generazione è intrappolata in questa cultura dell’apparire in cui i social sono tutto, in cui ci si sballa e si segue sempre la massa senza soffermarsi sui valori reali. Questo è normale? Forse la situazione attuale è un’occasione per fermarci a riflettere e magari per migliorarci al fine di crescere con dei valori importanti.

Hai un messaggio da condividere in questo momento difficile o anche solo dei consigli su come ‘sopravvivere’ alla quarantena?

Appunto, credo che la cosa migliore sia soffermarsi sul significato della “normalità” a cui non vediamo l’ora di tornare: club, università e lavoro sono ciò che che ci definisce in toto
O c’è dell’altro? Se prima credevamo che tutto andasse bene, adesso che siamo costretti a fermarci, forse possiamo accorgerci che non era tutto perfetto. Questo momento, nella sua tragicità, ci dà anche un dono che nessuno ci darà mai più: il tempo per riflettere e per porci delle domande su quello che vogliamo. Io l’ho fatto.

Visualizza questo post su Instagram

Inside outside ® #soldout

Un post condiviso da RED 🎨🏃🏾‍♂️_______________🌍 (@thenewolder) in data:

Follow Us

Subscribe For Updates

Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere info sulle prossime novità.